A. Bressi
, San Floro nel solco del passato

    Come è a molti noto, la parola folklore, ha una storia relativamente recente, essendo stata coniata in Inghilterra verso la metà del secolo scorso. Essa si proponeva di compendiare in un unico termine ogni espressione della semplicità e della genuinità di un popolo, cioè il complesso di usi, tradizioni, miti, leggende, racconti, proverbi, indovinelli, composizioni poetiche, nonché molte altre forme di manifestazioni artistiche che si estrinsecavano attraverso la parola non scritta. E in un certo senso si può dire che il folklore, oggetto di un’infinità di studi e di ricerche particolari, sia il figlio legittimo più autentico del Romanticismo, in quanto si proponeva come antitesi di un Classicismo ormai degenerato dalle forme artistocratiche del Rinascimento alle stucchevoli esasperazioni del Barocco.
    Le intenzioni e i punti di partenza erano buoni: e si tradussero soprattutto in numerose raccolte di canti popolari, nonché in numerosissime ricerche particolari disseminate in riviste più o meno specializzate. E, cosa che oggi potrebbe apparire a qualcuno paradossale, tali ricerche erano portate avanti da studiosi che le coltivavano quasi come hobby, indipendentemente dalla loro attività professionale.
    Così il Pitrè, uno dei più grandi personaggi degli studi folcloristici, era professionalmente medico, e il Tommaseo, poligrafo di acutissimo e travagliato ingegno, ma promotore anche della nota raccolta di Canti toscani, còrsi, greci, illirici, (Venezia, 1841), era laureato in giurisprudenza.
    Le cose si sono complicate quando del folklore si è impadronito il mondo accademico, facendone una discutibile palestra per i propri equilibrismi, sfaccettature, specializzazioni: e non riusciamo ad allontanare da noi il sospetto che, in definitiva, si tratti dello sforzo di rinnovare il miracolo della moltiplicazione dei pani di cristiana memoria, sostituendolo con quello più redditizio della moltiplicazione delle cattedre, al fine inconfessato di soddisfare gli appetiti delle clientele culturali. Così, dalla demopsicologia della cattedra del Pitrè si è passati via via alle Tradizioni popolari, alla Storia delle tradizioni, all’Antropologia culturale, all’Etnografia, all’Etnologia, all’Etnomusicologia, alla Paletnologia, alla Sociologia, e chi più ne ha, più ne metta. E temiamo che non bisognerà attendere molto per assistere alla istituzione di cattedre di Folkmusic e a quelle di Folkart: in fondo anche i naïf hanno valide rivendicazioni da accampare per l’inserimento nel mondo accademico! Conseguenza inevitabile di tale moltiplicazione è che oggi l’uomo della strada non riesce a distinguere i confini di delimitazione tra tutte queste proliferazioni dell’originario folklore, che già per sé era di incerta delimitazione.
    Fortunatamente il libro di Antonio Bressi che ora si propone all’attenzione dei lettori, resta estraneo a ogni problematica di tipo accademico. Esso, infatti, vuole essere soprattutto un atto di amore incondizionato che il Bressi ha voluto tributare alla sua gente. Nostalgico inguaribile di un passato senza ritorno, l’Autore ha voluto fare rivivere davanti agli occhi dei suoi concittadini, se non andiamo errati soprattutto dei più giovani, tutto ciò che di sano, di genuino, ha caratterizzato la vita dei Sanfloresi in un passato più o meno lontano. Certo, il ritmo convulso che oggi pervade la vita di noi tutti sotto la spinta di uno sfrenato consumismo, ha contribuito moltissimo a stravolgere ogni sana tradizione. Ma siamo convinti che il mondo di schiettezza e di semplicità qui rievocato dal Bressi, prima di questa nostra èra di sconvolgimenti di ogni valore tradizionale, abbia attraversato una fase plurisecolare di staticità, per cui la sua ricostruzione non ha valore di una fotografia che fissi un solo attimo del passato, bensì quello, per usare un termine forse improprio, di un lungometraggio, che rievochi un cammino di secoli. E, in sostanza, il libro del Bressi, al di fuori di ogni alchimia accademica, sembra inserirsi nel solco del folklore delle origini, quello tanto caro ai varii Pitrè, Cocchiara, Toschi, che hanno fissato la fortuna delle tradizioni popolari.

Vincenzo Licitra

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