A. Bressi
, Il parlamentare Giuseppe Rossi Milano

    Ad Antonio Bressi il merito, di non poco conto, di avere riscoperto una personalità, quella di Giuseppe Rossi Milano, per troppo tempo dimenticata o almeno trascurata dalle istituzioni civili, politiche e culturali, alle quali non può concedersi l’attenuante di essere la nostra regione tradizionalmente ricca di ingegni.
    Quella di Rossi Milano, pur provenendo da una terra, la Calabria, sempre emarginata e negletta, fu, nel suo tempo, una voce alta e solenne, ricca di vibrazioni profonde, che alternando coraggio a prudenza, in un gioco raffinato di luci e di ombre, di impeto e di raccoglimento, lasciò una traccia profonda nel Parlamento italiano. L’attività politica dell’avvocato catanzarese copre un periodo caratteristico e turbolento della vita del Paese, connotata dai moti dei Fasci siciliani e dalle insurrezioni in Lunigiana; dalla sempre ricorrente questione morale e dagli attentati degli anarchici Paolo Lega e Santo Caserio; dallo scandalo per la cambiale di lire 244.000 di Crispi in sofferenza presso la Banca Nazionale e dalla drammatica avventura africana; dai versi patriottici di Carducci e da quelli satirici di Olindo Guerrini, in arte Stecchetti; dalla caduta di Crispi alla morte in duello di Felice Cavallotti.
    Rossi Milano (che siede sui banchi della Sinistra pur proclamandosi non-socialista, ma di certo non parla e agisce come un conservatore) tuttavia non sembra essere stato molto influenzato dal susseguirsi di fatti e avvenimenti – pur significativi – strettamente legati al mantenimento del potere, o, viceversa, al suo abbattimento con ogni mezzo, rifugiato quasi arroccato com’era nei suoi studi, nella professione in cui riscosse enorme successo, nella riflessione sui problemi contingenti e concreti che interessano i contadini, i piccoli proprietari terrieri, i lavoratori in genere, la gente del suo Sud insomma.
    L’arco di tempo del suo mandato parlamentare comprende tre legislature: la XVIII, la XIX e la XX.
    La prima vide, il 28 maggio 1894, il suo esordio con un intervento sui provvedimenti finanziari: mai debutto fu più brillante e convincente, per la dovizia degli argomenti, la limpidezza della lingua, la naturale facondia, il fascino dell’eloquio, la raffinatezza della cultura.
    Sulla questione sociale egli vaticinò: «[…] la questione sociale genericamente accennata non è un problema solo, ma un complesso immenso di problemi; è la somma di tutte le privazioni, di tutte le miserie, di tutte le sciagure e di tutte le umane sofferenze dipendenti dall’ingiustizia e dalla malignità degli uomini e da cause naturali superiori ad ogni volontà, dall’azione degli individui e da quella dello Stato; essa ci fu sempre e durerà quanto la razza umana, perché le miserie, le ingiustizie e le sofferenze non avranno mai fine; […]».
    In particolare, più che mai ancor oggi attuale, il punto in cui egli disegna i limiti dell’intervento dello Stato, la necessità di dare libero sfogo all’iniziativa privata e tutelarne lo sviluppo: «Lo Stato può esercitare una funzione integratrice, quando l’attività privata c’è e non basta; può esercitare una funzione eccitatrice, quando nessun’attività privata si desta; può esercitare una funzione che supplisce, quando non c’è modo che i privati possano fare quanto è necessario al pubblico bene».
    Ferma la sua opposizione all’aggravio fiscale in una appassionata difesa del nerbo dell’economia del Paese rappresentata, anche allora, dalla piccola e media proprietà terriera: «Io, ultimo soldato della democrazia, richiamo la vostra altissima mente e la vostra coscienza di antico e convinto democratico […], su questo grave problema. E’ evidente che alla piccola e media proprietà non può succederle altro che il latifondo, perché questo trova sempre nelle sue rendite un certo margine pel risparmio».
    Nella seconda legislatura, la XIX, tra gli altri spicca il discorso sugli infortuni sul lavoro (30 aprile di quel 1896, anno in cui si concluse la pubblicazione, in parte postuma, de Il Capitale di Karl Marx) nel quale Rossi Milano, nel dichiararsi favorevole all’indennizzo del lavoratore infortunato, sottolinea l’opportunità che la legge debba concordarsi con gli altri Stati, diventi, in altre parole, una norma internazionale, poiché la sicurezza nel lavoro si pone come un problema di primaria importanza in tutti i Paesi.
    Egli suggerì: «Come comprendo le trattative per le questioni politiche internazionali, così comprenderei anche che i Governi dei popoli civili mettessero come suol dirsi sul tappeto, insieme coi negoziati per le tariffe doganali e per gli altri rapporti economici, quelli tendenti a risolvere il grandioso problema sociale, facendo i più nobili sforzi per dare una maggiore soddisfazione ai diritti del lavoro di fronte al capitale».
    Nella XX legislatura, poi, risalta il discorso del 13 dicembre 1898 sul bilancio di Grazia e giustizia, nel quale il parlamentare affronta un punctum dolens rimasto insoluto, anzi paradossalmente aggravatosi col tempo: la deficienza dell’organico dei magistrati in Calabria costretti ad un lavoro improbo, superiore alle loro forze, che ha oggi, ad un secolo di distanza, portato alle dimissioni di giudici e ad altre clamorose forme di protesta.
    In quella lontana occasione così egli si pronunziò a tal proposito: «Dirò pochissime parole all’onorevole ministro per fargli un ricordo e dargli una preghiera; per rammentargli, cioè, il voto espresso dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati e da quello di disciplina dei procuratori di Catanzaro, relativo alla Corte d’Appello delle tre Calabrie, e per esortarlo a rendere pago il voto stesso.
    Quella Corte ha due sole sezioni ed un numero di consiglieri non corrispondente al lavoro cui è obbligata; col detto voto si chiedeva appunto di aumentare almeno di quattro il numero dei magistrati, che la compongono, e di creare una terza sezione; in altri termini si chiedeva di aggiungere un altro vice presidente e tre consiglieri». L’attività del deputato Rossi Milano, di cui abbiamo ricordato soltanto alcuni momenti ebbe a concludersi prematuramente nel pieno della sua vigoria fisica e intellettuale, allorquando egli fu , d’un tratto, colto dalla malattia, contratta nell’adempimento del suo mandato, che lo portò a morte.
    Il suo ritratto, approfondito e scultoreo, animato e possente, colorito e appassionato si ritrova nella memorabile commemorazione fatta il 4 novembre 1902 dal Presidente degli avvocati della Corte d’Appello di Catanzaro, Luigi Petrucci, con la quale si esalta l’uomo, tenero e sensibile, la sua cultura spaziosa e vibratile, il suo indomabile patriottismo, la sua gloria di avvocato e di rigoroso e integerrimo uomo politico.
    Per finire, forse il lettore avrà colto la viva e irrefrenabile commozione che ha permeato questa breve nota introduttiva all’attento e accurato lavoro di Antonio Bressi, sentimento dovuto alla ultrasecolare amicizia del ramo materno della mia famiglia, i Pellegrini, con quella dei Rossi Milano.
    Questo scritto valga allora più che altro come devoto pegno d’amore non soltanto nei riguardi del grande avvocato e dell’illustre uomo politico oggi finalmente a pieno merito celebrato, ma anche dei suoi figli Berenice (gentil donna dolce e meravigliosa rimasta scolpita nel mio animo come uno dei più bei ricordi della giovinezza) e Giulio (uomo di ingegno elevatissimo e di straordinaria purezza).
    Quel vincolo prezioso che ha legato le due famiglie si è rinnovato, quasi per prodigio, di generazione in generazione rafforzandosi sempre più nel tempo. 

avv. Nino Gimigliano 
Presidente dell’Ordine degli avvocati
e dei procuratori del Tribunale di Catanzaro

 

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